Generale dalla Chiesa

Le parole di Mattarella

“Vivo è il ricordo della carica di umanità e del rigore morale che hanno accompagnato l’azione di Carlo Alberto dalla Chiesa nei diversi territori ed incarichi nei quali ha servito il Paese, anteponendo il bene comune ad ogni altro interesse.”

Queste significative parole sono parte del discorso che il Presidente della Repubblica Mattarella ha tributato al generale dalla Chiesa in occasione del trentaseiesimo anniversario della strage di via Isidoro Carini, ove le raffiche dei kalashnikov di Cosa Nostra hanno spento le vite di uno dei più fedeli servitori dello Stato, della sua seconda moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo.

Una vita da film

Dalla Chiesa visse una vita romanzesca, quasi da film, contrassegnata da una lotta incessante fino all’ultimo respiro: durante la seconda guerra mondiale, dall’aprile all’ottobre 1942, quando era ancora membro dell’esercito prese parte alla sciagurata spedizione italiana in Montenegro.

Si era poi schierato a fianco degli angloamericani e della Resistenza quando i primi erano sbarcati sul suolo italico nell’ottobre del 1943. Dopo la guerra fu a Corleone, in Sicilia, dove si unì come volontario al Comando forze repressione banditismo. In quel periodo infatti tra Palermo, Trapani e Agrigento imperversavano oltre trenta bande dedite ad estorsioni, rapine, omicidi, furti e sequestri di persona. Attività quest’ultima ben remunerativa, se si pensa che fruttò al celebre bandito Giuliano e ai suoi uomini oltre un miliardo di lire.

E poi ancora gli eventi maggiormente noti al pubblico della sua biografia: la caccia nel 1948 all’astro nascente della mafia corleonese Luciano Liggio per l’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, colpevole per Cosa nostra di essere un “tragediatore”, ovvero una traditore che interagiva con la politica locale e sobillava i cittadini.

La lotta alle Brigate Rosse

Furono celebri, a seguito della nomina nel 1973 a comandante della 1ª Brigata di Torino, i numerosi successi ottenuti nella lotta alle Brigate rosse, condotta attraverso il credo “infiltrarsi, conoscere, studiare”: la creazione del Nucleo antiterrorismo nel 1974 di cui scelse i membri personalmente, l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini, tra i fondatori delle BR, grazie all’impiego dell’infiltrato ed ex missionario in America Latina Silvano Girotto (detto “frate mitra”), l’arresto di Lauro Azzolini e Nadia Mantovani ed il contestuale ritrovamento del memoriale di Aldo Moro nel covo di via Montenevoso a Milano (poi consegnato al Presidente del Consiglio Andreotti), lo smantellamento del covo di via Fracchia a Genova nel 1980, in cui i carabinieri trovarono un arsenale dell’organizzazione terroristica. Imprese che misero in ginocchio le BR e a cui dalla Chiesa aveva partecipato in prima persona.

Prefetto di Palermo

Infine, a seguito della nomina nell’aprile 1982 da parte di Spadolini e del Consiglio dei ministri, i cento giorni da prefetto di Palermo. Giorni in cui fu lasciato solo dallo Stato, non gli furono garantiti dal Governo gli adeguati poteri di coordinamento dell’intelligence antimafia, né vennero creati gruppi di investigatori ad hoc in seno alle prefetture interessate dal fenomeno mafioso. L’epilogo come noto, fu il barbaro agguato di via Carini. In tal senso è tristemente profetica una dichiarazione che lo stesso generale dalla Chiesa rilasciò a Giorgio Bocca nella sua ultima intervista, un mese prima di morire: “Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato pericoloso ma si può uccidere perché isolato.”

La sfida ai nazifascisti

Di una vita tanto ricca di eventi significativi vogliamo ripercorrerne uno dei periodi forse meno noti al pubblico: nel 1943, a seguito dell’armistizio di Cassibile e della contestuale fuga di Vittorio Emanuele III, Badoglio e dei vertici militari da Roma, dalla Chiesa, a capo della caserma di San Benedetto del Tronto, giura che mai avrebbe prestato servizio alla Repubblica Sociale Italiana. La città marchigiana si trovava più a nord rispetto alla Linea Gustav, la difesa fortificata  voluta da Hitler che si estendeva dalla foce del fiume Garigliano (tra Lazio e Campania) fino ad Ortona (in provincia di Chieti). Dalla Chiesa, intuendo l’imminente arrivo dei nazifascisti, abbandonò la caserma di San Benedetto del Tronto assieme ad un gruppo di carabinieri a lui fedeli. Diede però l’ordine di svuotare l’arsenale, la dispensa e di lasciare tutto in perfetto ordine, cosicché il nemico sapesse che lui e i suoi uomini non erano fuggiti in modo disorganizzato, ma intendevano affrontarli a viso aperto. Tale atteggiamento di sfida è confermato dal fatto che dalla Chiesa scelse di non cambiare taglio di capelli o rasarsi i caratteristici baffi, malgrado il nemico avesse le sue foto.

La Resistenza

I carabinieri si unirono dunque alla banda di partigiani guidata da Spartaco Perini, stanziata a Colle San Marco, paesino montano in provincia di Ascoli Piceno non troppo distante dal litorale adriatico. Perini, un comunista convinto che aveva partecipato alla campagna di Russia, colse subito le capacità di dalla Chiesa e lo arruolò, per nulla intimorito dal fatto che l’allora sottotenente dei carabinieri fosse ricercato per diserzione dalle forze dell’Asse e che sulla sua testa pendesse una sostanziosa taglia. A dalla Chiesa fu affidato il comando di ripetute missioni di incursione contro convogli tedeschi, finalizzate a rubare armi, munizioni e provviste o a far fuggire prigionieri angloamericani. Dalla Chiesa ebbe altresì il compito di far raggiungere ai prigionieri liberati le imbarcazioni dei partigiani che erano ormeggiate lontano dalla costa, oltre la linea del fronte. Uomini dei servizi segreti alleati si incontrarono con i partigiani di Perini e affidarono a dalla Chiesa, fresco di promozione a tenente, il compito di addetto alle comunicazioni e punto di contatto con la Resistenza, assegnandolo ad una postazione radio a Martinsicuro, paese che si trova dieci chilometri a sud di San Benedetto del Tronto.

Esempio di sicura fede e parecchie virtù militari

Fu in questo periodo che, in occasione di un viaggio a Bari assieme ad alcuni soldati liberati, conobbe ad un ballo del circolo ufficiali Dora Fabbo, una ragazza diciannovenne che aveva appena finito il liceo: fu un vero e proprio colpo di fulmine che li porterà tre anni dopo, nel 1946, a sposarsi a Firenze, città dove prestava servizio il padre di lei.

Dopo la liberazione, il tenente fu vittima di illazioni: era accusato di essere un raccomandato (il padre Romano era carabiniere e comandante della Legione Puglia, di base a Bari) o di avere operato in un territorio, le Marche, lontano dalle zone calde.

I suoi meriti però non tardarono ad essere riconosciuti: il nome di dalla Chiesa era infatti tra quelli che avevano ricevuto una menzione per l’impegno ed il coraggio da parte del generale Filippo Caruso. Quest’ultimo scrisse di lui: “individuato da elementi nazisti e fascisti, dalla Chiesa aveva preferito rimanere al suo posto saputo che si stava concretando la sua violenta soppressione. Si unì alle bande armate da lui costituite dando un alto esempio di sicura fede e parecchie virtù militari.”

Dalla Chiesa e la Resistenza

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