Siamo nei primi anni ‘90. Si esce dagli ‘80, i ruggenti anni 80, almeno così li definiscono tutti cantilenando la stessa solfa.
Il luogo è il sud Italia, una città sul mare dove il benessere comincia a farsi sentire. Ma come spesso accade, essere troppo generici non aiuta a capire ed a cercare le storie comuni andando puntualmente a sbattere invece contro i luoghi comuni che nulla hanno in comune con le storie comuni.
C’è un bimbo di nove anni che vive non lontano dalla città, in uno splendido paesino affacciato sul mare e siamo in giugno. Ma lui non è in spiaggia a giocare, sta da un’altra parte nel piccolo ghetto del paese, dove un pugno di vecchie case fa da sfondo ad una vita difficile. Siamo nei primi anni ‘90, ma la fame è la stessa di tante altre epoche e luoghi.
Riccardo, nove anni, ha una mamma e tanti fratelli che come lui vorrebbero solo mangiare. Lui a scuola ci va perché è giusto così. Perché, chissà, con l’istruzione forse si esce anche dalla fame. Quando non va a scuola, scende in città a piedi, portando delle rose per venderle, da solo. Quelle rose coltivate con tanta cura nel retro di casa possono fornire qualche spicciolo prezioso. Così quel giorno a giugno a scuola ormai finita può essere importante per portare qualche soldo a casa.


Riccardo suona ad una porta di un piccolo edificio, c’è stato già tre o quattro volte ed un paio di queste è riuscito pure a vendere alcune delle sue rose. A quella porta, se lo ricorda, nessuno aveva mai aperto, ma del resto anche oggi è tarda mattinata e molti sono al lavoro.
Con un po’ di sorpresa la porta si apre. Ogni volta in quei pochi attimi gli ronzano in testa un sacco di pensieri. Sarà un uomo o una donna ad aprire? Giovane, anziano? In pigiama, svogliato, o di corsa, di quelli che sbrigativamente ti dicono: “no grazie, non ho tempo, ciao, ciao”. E magari due secondi dopo ancora senti un’altra voce che dice: “chi era”? “Nessuno, era un ragazzino con delle rose”. Eppure Riccardo sa di non essere nessuno. Respira, parla, ha fame, è vivo. Quel giorno la porta la apre una signora, è in vestaglia perché la notte non è stata bene ed ha chiesto un permesso al lavoro. “Buongiorno”, fa Riccardo. “Dimmi”, è la risposta dall’altra parte. Dimmi significa parla.
E’ come sapevo, io esisto, non sono Nessuno. E io so parlare, la mamma mi ha spiegato cosa dire alle persone. “Signora, la volete una rosa? Mi potete dare 500 lire o, se volete, pure 1000, che mi fate contento assai”.
“Una rosa? E certo! Una rosa ci vuole proprio. Oggi è il compleanno di mio marito e una rosa al centro tavola ci sta bene proprio. Anzi, vedo che ne hai sei, no sette; se me le dai tutte ti do 5000 lire”.
“Sì”, dice Riccardo.
“Aspetta che prendo i soldi. Ma lo vuoi pure un bicchiere di aranciata, un succo di frutta? Vieni, entra che fa caldo, bevi una cosa fresca”. Riccardo ha ancora le rose in mano, la situazione è nuova, di solito prende un po’ di spiccioli, dice grazie e se ne va.
“E allora, queste rose non me le vuoi lasciare più?”, gli fa con un sorriso. “Tieni, ecco le 5000 lire, non le perdere mi raccomando”.
“No, no, ho una tasca qua che è stretta e lunga, da qua non se ne cadono”.
“Allora che preferisci? l’aranciata o il succo di frutta?
“L’aranciata”, fa Riccardo, ma un attimo dopo fa: “no il succo di frutta”.
“Va bene, tutti e due, ho capito”, fa la signora.

Riccardo beve, tutto d’un fiato. Parte col succo di frutta, lo beve tutto, dondola le gambe e guarda la signora. “E allora adesso tocca all’aranciata”.
Riccardo non aspetta altro e beve, poi si ricorda che lui deve vendere rose e tornare a casa. Il compito è quello, ora gli pare di esagerare. Si alza di scatto, dice “grazie signora, arrivederci!”
“Ciao bello, ma dove abiti tu?”
“Io sto alla Contrada Rotta, sulla salita della neve. Adesso vado.”

La sera, la signora Flora, quando il marito rientra racconta per filo e per segno l’episodio. E’ venuto questo bambino magro magro, avrà avuto forse sette, otto anni, biondino, vestito un po’ arrangiato. La signora Flora di figli non ne ha, ha da un po’ superato la quarantina e va avanti serena. Ha un buon lavoro, vuol bene a suo marito che contraccambia, ha una famiglia alle spalle con qualche immancabile momento di tristezza ma, sì, non si può lamentare.
La routine continua, il tempo è bello, fa caldo, le giornate lunghe. Di sera è bello fare una passeggiata lungo il mare. Anche Riccardo ha cambiato un po’ le sue abitudini, la mattina si alza un po’ più tardi. Le rose adesso le vende al pomeriggio e prima che faccia buio torna a casa. Le vende in strada soprattutto, adesso tanti escono, si godono il bel clima.
Sono le 18, Riccardo si riaffaccia al condominio della signora Flora, ci aveva provato un altro paio di volte, ma senza risultati, del resto la gente non vuole rose tutti i giorni. La signora quelle due volte non c’era, forse non gli ha voluto nemmeno aprire. Sente spesso passi che si avvicinano alla porta, occhi che guardano nello spioncino e vanno via. Forse anche lei fa così, ma di provare vale sempre la pena. Stavolta si apre la porta.
“Ciao!”, esclama la signora Flora. “Quante rose hai venduto oggi?”
“Solo due”, dice Riccardo. “A una coppia di fidanzati mentre venivo qui in città”.
“E allora le altre te le compro io, ti do 10.000 lire stavolta. Ma tu stai magro magro, lo vuoi il pane con la marmellata?”
Riccardo guarda e neanche parla. Basta un sorriso e un cenno. La signora Flora capisce, Riccardo entra, domanda: “ma tu vivi da sola?”
“No, con mio marito che è uscito a fare un servizio”.
“E bambini non ne hai?”
“No, non ne ho”.
“E perché?”
La signora Flora non sa che dire, farfuglia, accenna, dice: “perché la cicogna non me li ha portati”. “Il pane e marmellata è pronto”.
Riccardo mangia con gusto e scherza sulle foto della signora. “Qui mi sembra assai grossa”
“Macché, quello è il fotografo che non ha saputo fare la fotografia”.
Il tempo vola, fuori imbrunisce. Riccardo scatta. “Arrivederci, me ne devo scappare”. Vai bello, vai, ritorni a trovarmi?
“Sì, si, voi siete mamma mia”.
“Oh Gesù, io sono mamma tua?”. “Ma tu ce l’hai la mamma”, esclama. “Ma pure voi siete mamma mia”
“Allora mi vieni a trovare ancora?”
“Sì, sì, e scappa via”.

Il giorno dopo alla stessa ora Riccardo suona il campanello, emozionato, non ha rose con sé, stanno finendo, sono troppo piccole e bisogna lasciarle crescere quelle poche rimaste sennò non si possono vendere.
La signora Flora apre, ma stavolta è risoluta. “Tu non puoi venire sempre qui, tua mamma poi che dice?”.
“Senti, io ti do altre 10.000 lire, però questa cosa qua non si può fare”
“Ma io voglio stare con voi, venite a casa mia e parlate con mamma mia”
“Va bene, allora io e mio marito, venerdì pomeriggio veniamo, spiegaci bene dove abiti e veniamo”.
Giusto il tempo di spiegare quale è la sua casa nella contrada e Riccardo va via.
La signora Flora, appena il marito rincasa gli dice che è ritornato di nuovo quel bambino. Che solo per pochi minuti non lo ha incrociato e che avrebbe voluto farglielo vedere, perché era troppo bello.
Il marito della signora Flora è un uomo quadrato, del resto lavora “nella” e “per la legge”, in tribunale passa gran parte della sua giornata. Conosce bene la moglie, sa che è una persona di gran giudizio e l’ha sposata anche per quello. Ascolta attento, sa bene che certi limiti non possono essere superati. I sentimenti verso il bambino vanno bene ma non si può esagerare, è un bambino, va sempre e comunque tutelato ed ha la sua di famiglia.
Alla richiesta della signora Flora di far visita al bambino e soprattutto alla famiglia, risponde con un sospiro, guardandosi intorno, passandosi la mano nei pochi capelli rimasti, passano altri due o tre secondi, poi dice: “Andare lì mi sembra una buona idea, è meglio chiarire e soprattutto, capire. Andiamoci.”

Quel venerdì alla contrada non è difficile capire quale sia la casa. E’ pieno di bambini lì e anche tanti adulti girano intorno, parlano, alcuni urlano ed imprecano contro i figli che non si muovono a dargli una mano. Non ci vuol molto a capire quale sia la casa, sono poche e la vecchia sedia di plastica gialla di quelle che si usavano nei bar qualche anno prima è esattamente il segno che Riccardo aveva descritto per indicarla.
I due battono alla porta di ingresso per farsi aprire. Apre un ragazzino, poco più grande di Riccardo.
Neanche il tempo di dire “ciao”, che dalla minuscola casa si affaccia una signora, avrà la stessa età della signora Flora. Non ha trucco, i capelli non tanto curati, qualche chilo in più qua e là, gli occhi stanchi. Si capisce che è una bella donna, ma quegli occhi sono stanchi, non spenti, solo stanchi.
Dietro la mamma compare Riccardo, stavolta non dice una parola, solo un ciao, perché gli viene richiesto. “Fai la persona educata, dì ciao ai signori”.
“Non ho da offrirvi, niente, dice la mamma”.
“Ma voi sapete chi siamo?”, chiede la signora Flora.
“Si, si, so tutto, Riccardo mi ha detto tutto. Lui dice sempre tutto e anche quando non lo vorrebbe dire si capisce che deve dire qualcosa, che tiene qualcosa dentro”.
“Sedetevi intanto, almeno un bicchiere di acqua fresca ve lo posso offrire”.

“Signora, voi la vedete qua la situazione come è, qua è pieno di miseria, io ho cinque figli, tre li vedete qua e altri due sono andati fuori che giocano. Riccardo è il quarto. Io non ce la faccio a portare avanti la famiglia, mio marito non c’è più e io mi devo arrangiare, ma non ce la faccio”.
Riccardo nel frattempo stavo lì vicino al tavolo, in silenzio, con gli occhi attenti ad ogni parola distratto solamente da una pentola rimasta lì che ogni tanto ritmicamente faceva girare su se stessa. Cercava ogni tanto lo sguardo della signora Flora che gli sorrideva ed altrettanto faceva suo marito, attento anche al contesto che scrutavo con sguardo furtivo, ma senza mai perdere l’attenzione.
La signora Flora ripercorre rapidamente i momenti passati con Riccardo ed a un certo punto fa delle pause come ad accennare qualcosa, poi si ferma e ritorna sulle descrizioni dei momenti. Lei è una donna loquace, ama descrivere i particolari, anche quelli apparentemente insignificanti, perché a volte proprio lì si celano le emozioni più grandi.
“E sapete poi che mi ha detto guardando una fotografia mia? Che ero chiatta (ndr. grassa) in quella foto. E io gli ho detto che la colpa era del fotografo”.
Riccardo ride di gusto, incrocia lo sguardo della mamma che accompagna un sorriso con un gesto della mano. “Ma tu che vai dicendo alla signora?”. Tutti sorridono.
“Ma la verità è che in quella foto ero proprio grassa”, dice la signora Flora. “Riccardo ha visto bene, lui vede sempre la realtà per quella che è”.
“Solo una volta ha detto una cosa che non ho capito. Andandosene via, scusate signora, però io vi dico tutto, non voglio nascondere niente, insomma, mi ha chiamato mamma!”.
“Ehhh!“, esclama la mamma. “E quello la realtà la capisce bene, meglio di me e di voi, se mi posso permettere, l’avete detto pure voi stessa.”. Fa una pausa con lo sguardo basso, poi: “Signora, se veramente gli volete bene a Riccardo, pigliatevelo con voi”.

La storia non si interrompe qui, semplicemente da questo punto ne parte un’altra.
Riccardo viene affidato alla coppia, prima temporaneamente, poi in via definitiva. Mantiene sempre aperto il contatto con la sua mamma e con i suoi fratelli, perché così hanno voluto tutti di comune accordo. Cresce, si irrobustisce, studia, va diretto per la sua strada seguendo i consigli della coppia che prima lo accudisce, bambino, poi col passar del tempo semplicemente ne sostiene ed asseconda la personalità.

Oggi Riccardo è un uomo, ha sofferto molto per la malattia che colpì il suo nuovo papà, ma prima che lui se ne andasse ha voluto che lo vedesse sposo, dopo averlo visto lavoratore. Si è sposato giovane, ha avuto dei figli, è un gran lavoratore e cerca tutti i giorni di mettere a frutto nel proprio lavoro quella sua innata dote di saper leggere la realtà in modo lucido.

La signora Flora ancora oggi non si capacita di come tutto questo sia potuto accadere. Ama dire che semplicemente un giorno ha aperto la sua porta.

di Vincenzo Pisapia

* La storia è vera. Per i personaggi e i luoghi sono stati utilizzati nomi di fantasia

Profumo di vita

4 pensieri su “Profumo di vita

  • 23/12/2020 alle 14:07
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    Storia bellissima! Grazie per averla raccontata!

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    • 09/01/2021 alle 12:09
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      Grazie a te per averla letta! Aiutaci a raccontarla diffondendola sui tuoi canali social. A presto!

      Rispondi

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